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IL CASO FACIO
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Così Cabrelli diventò fascista
 
Lunigiana la Sera è in grado di dimostrare che Cabrelli, l'uomo che condannò a morte Facio, aderì al fascismo.
Lo rivelano i rapporti dell'Ovra, il servizio segreto dei regime, depositati all'archivio di stato. Si tratta di una nuova straordinaria rivelazione che fa luce su uno dei più inquietanti episodi della guerra partigiana
 

di Pierluigi Ghiggini

"Io considero che con l'inizio di questa guerra si è inregistrato (sic) il fallimento completo e definitivo delle ideologie antifasciste ... Dichiaro di rinunciare per sempre alle false opinioni che ò (sic) professato fino alla fine del mese di Agosto 1939 ... Chiedo alle autorità del mio paese di essere messo al posto ove le mie modeste qualità possono meglio servire ... "
Con queste parole Antonio "Salvatore" Cabrelli aderì al fascismo. Lo fece in circostanze drammatiche, il 17 agosto 1940, pochi giorni dopo il suo arresto avvenuto alla frontiera di Sanremo e a conclusione di un anno costellato di tentativi di riavvicinamento al regime fascista, dopo la sua espulsione dalla Tunisia e dal Partito Comunista.
Con questa "abiura" si conclude un lungo memoriale scritto a mano e suggellato dalla firma autografa dello stesso Cabrelli. Un memoriale scottante che, insieme ad altri documenti, abbiamo rinvenuto presso l'Archivio centrale dello Stato.
Antonio "Salvatore" Cabrelli è l'uomo che nel luglio 1944 chiese e ottenne la condanna a morte di Dante Castellucci, il leggendario comandante Facio del battaglione Matteotti-Picelli: una esecuzione di tipico stampo staliniano, un vero e proprio assassinio perpetrato dopo un processo farsesco.
Dopo la morte di Facio, Cabrelli riuscì a diventare il commissario politico della IV zona operativa, cioè la maggiore autorità politica del movimento partigiano nello Spezzino e in Lunigiana. I documenti di cui siamo venuti in possesso, in parte inediti e in parte inspiegabilmente sottovalutati sino ad oggi, consentono oggi di riscrivere un periodo cruciale nella storia di un uomo discusso come Cabrelli: il periodo in cui, per reagire al crollo delle sue fortune politiche, cerca un contatto con le autorità italiane, chiede di rientrare in patria e, come abbiamo visto, scrive di suo pugno e firma un documento di capitolazione al fascismo.
Comunque si voglia giudicare questa parabola, resta il fatto che sulla morte di Facio si allunga l'ombra dell'inconfessabile passato del suo avversario.
Ma sino ad oggi la ricerca storica non ha potuto, o forse non ha voluto, indagare sino a quel punto.
Già nel 1978 il professor Giulivo Ricci nella sua "Storia della brigata Matteotti-Picelli" accennò all'esistenza e al contenuto del memoriale, oltreché di altri documenti da lui definiti "inoppugnabili". Però non ne rivelò la fonte e anzi ne fornì solo indicazioni sommarie, al punto di farli apparire quasi marginali e non, come invece potrebbero risultare, determinanti al fine di ricostruire il giallo dell'uccisione di Facio.
In questo articolo tenteremo di ricostruire alcuni episodi cruciali della vita di Antonio Cabrelli, avvenuti fra l'estate del 1939 e la primavera del 1944.
I documenti su cui ci siamo basati sono costuditi presso l'Archivio centrale dello stato, casellario politico centrale, busta 920, fascicolo "Antonio Cabrelli fu Antonio".

Cabrelli in Tunisia

Antonio Cabrelli fu Pietro e Boggi Maria, nato a Pontremoli il 7 maggio 1902, muratore emigrato in Francia sin dal 1920, aderisce al Partito Comunista nel 1932. Quattro anni più tardi diventa funzionario del sindacato edili della CGT e viene assegnato all'ufficio manodopera straniera; in questo periodo si reca almeno due volte in Spagna, per organizzare l'invio di materiale edile ai reparti del Genio militare delle Brigate internazionali.
Nel febbraio 1939 la sua carriera politica è all'apice: viene inviato in Tunisia insieme a Giorgio Amendola e a Velio Spano, "con la missione di ristabilire buoni rapporti fra gli operai italiani e quelli francesi".
Il dirigente sindacale arriva a Tunisi munito di ampi poteri: come ha testimoniato Amendola, egli godeva della triplice investitura della Confederation Général du Travail, del Partito Comunista Italiano e dell'Unione popolare italiana (Upi) cioè l'organismo unitario fra comunisti e socialisti.
In Tunisia Cabrelli diventa segretario del comitato di amicizia franco-italiana, scrive articoli sulla stampa antifascista, organizza manifestazioni ed è oratore in diversi comizi. Ma in un clima di contrasti e di accesa battaglia politica interna piomba inatteso il provvedimento della sua espulsione dalla Tunisia e dalla Francia, motivato dal sospetto di attività spionistica a favore del fascismo italiano.
Il comunista pontremolese respinge l'addebito, non si perde d'animo e, nonostante l'espulsione, rientra a Parigi nella speranza - come riferisce un rapporto confidenziale citando una dichiarazione raccolta presso non meglio precisati "amici" - di chiarire la sua posizione.
Relazione del Regio Consolato d'Italia a Tunisi: "in base a notizie confidenziali risulta che i dirigenti dell'antifascismo in Francia avevano formulato da tempo seri sospetti sul conto del Cabrelli ... era stato visto parecchie volte con due persone che, dopo qualche tempo, sarebbero scomparse da Parigi perché agenti dell'Ovra ... Più forti divennero i sospetti quando un certo Blanco, di cui il Cabrelli era amicissimo, sarebbe stato scoperto come agente del Governo italiano... "

Salvatore torna in Francia

Cabrelli, dicevamo, rientra precipitosamente a Parigi e si mette a rapporto da Leon Janpan e Romano Cocchi, rispettivamente dirigenti del Pcf e dell'Unione popolare. Costoro, almeno per quanto emerge dai documenti scritti, non fanno alcun riferimento ai "pesanti sospetti" di spionaggio.
Ma su di lui si abbatte egualmente una autentica tempesta politica: il suo atteggiamento sui problemi tunisini viene bollato da compagni come "sostanzialmente conforme a quello del governo italiano". Una stroncatura in piena regola, di fatto un'accusa di doppio giochismo che Cabrelli potrà certo sbandierare come titolo di merito di fronte ai fascisti, ma che nell'immediato gli costerà l'espulsione dal Pci e naturalmente dall'Upi.
A questo punto Cabrelli gioca una carta disperata; prima ancora che il partito decreti la sua condanna politica, si mette in contatto con un certo cav. Pera del consolato italiano di Parigi allo scopo - così afferma "Salvatore" nelle dichiarazioni messe a verbale dopo il suo arresto dal commissario Baldi - di "regolare la mia posizione con le Autorità italiane".
Anche a non voler dare alcun peso alle accuse di spionaggio, è incostestabile il fatto che avviene un primo colpo di scena:
Cabrelli sceglie la tattica del doppio gioco quando è ancora nei ranghi del Pci e dell'Upi, sia pure per poco tempo.
Cabrelli e Pera si incontrano due volte. Un terzo colloquio, forse decisivo, è già in calendario quando il 2 settembre "Salvatore" viene arrestato e rinchiuso nel carcere della Santé per la solita accusa: spionaggio.
Secondo un rapporto riservato dell'ambasciata d'Italia, invece, il suo arresto sarebbe da mettere in relazione ad una retata di "noti caporioni dell'antifascismo", fra i quali figurano Luigi Longo ed Elettra Pollastrini. Anche la rappresentanza italiana non fa alcun cenno al presunto caso di spionaggio.

I rapporti con i fascisti

Dopo circa un mese l'accusa cade, o comunque non viene ritenuta sufficientemente provata. Per l'uomo di Tunisi si spalancano i cancelli del campo di concentramento del Vernet, dove le autorità di Parigi ammassano gli agitatori italiani, senza andare troppo per il sottile. Al Vernet ci sono comunisti, anarchici, socialisti ma anche esponenti della milizia e accesi propagandisti neri.
Avviene qui un secondo colpo di scena:
Cabrelli intreccia nuovi rapporti con i fascisti. Ancora una volta cerca la strada della "riabilitazione": è lui stesso ad ammetterlo. Al Vernet coltiva l'amicizia di un capitano della milizia fascista, Agostino Bodrato di Milano, e di un capitano di complemento, il fiorentino Carlo Della Mara. Personaggi che l'ex dirigente sindacale citerà come referenze a suo favore, di fronte ai fascisti italiani.
Ma per quale ragione Cabrelli ad un certo momento lascia il Vernet e viene rimpatriato, nonostante in Italia sia considerato un "comunista da arrestare" e alla frontiera lo attenda un paio di manette?
Terzo colpo di scena:
Cabrelli non viene costretto a tornare in Italia, bensì è lui stesso a chiedere di rientrare. Infatti varca la frontiera a Ventimiglia, il 2 agosto viene arrestato a Sanremo e successivamente tradotto a Massa.
Sempre dal verbale dell'interrogatorio avvenuto nel carcere di Massa il 17 agosto 1940, leggiamo: "Ho chiesto poi insistentemente di rientrare in Italia, con l'intenzione di regolare la mia posizione essendomi formato la convinzione dell'errore dei miei principi, poiché mentre il fascismo in venti anni ha realizzato tutti i suoi programmi fondamentali preannunciati, i partiti avversari hanno completamente fallito in ogni previsione ... ", e così conclude: "Mi metto pertanto a disposizione per ogni prova che si volesse chiedere a conferma del mio nuovo convincimento".
Questa ultima potrebbe essere interpretata come una sorta di formula canonica, estorta con torture fisiche o psicologiche. Potrebbe. Senonché Cabrelli chiede e ottiene di poter scrivere di suo pugno un vero e proprio memoriale, che sarà stilato nei giorni successivi all'interrogatorio. Il memoriale rivela per sommi capi l'organizzazione del Partito Comunista all'estero, le sue divisioni interne dopo il patto Molotov-Ribbentrop e descrive, con giudizi non certo lusinghieri, la "crisi" del movimento antifascista. L'abiura di Cabrelli si compie con le seguenti parole: "... Oggi l'Italia è in guerra per realizzare le sue aspirazioni naturali (sic) riconosco che mai vi fu guerra più giusta di questa, la quale tenta a spezzare (sic) il dominio franco inglese in Europa e a realizzare una giusta ripartizione del mondo fra tutti i popoli. Io voglio essere al fianco del mio paese al servizio della mia patria. Per questo sono rientrato spontaneamente in patria e chiedo alle autorità del mio paese di essere messo al posto ove le mie modeste qualità possono meglio servire e permettermi così di provare la sincerità della mia dichiarazione".

 
 
                             
  ILCASO FACIO/PER APPROFONDIRE .....  
               
                             
 

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Il finto processo e le verità nascoste

 

Parla Laura Seghettini

 

Uccidete Facio: il PCI di Reggio Emilia

  Così Cabrelli diventò fascista   Parla Otello Sarzi   Un giallo politico  
                             
 
 
 
 
 
 
 
il caso facio Lunigiana la Sera
 
LUNIGIANA la SERA Ottobre 1990
 
FACIO, CHI ERA

Dante Costellucci, detto Facio, è stato uno dei capi più coraggiosi della guerra partigiana.
Fu fucilato nel 1944 col pretesto del furto di un lancio. Dietro quel finto processo ombre e verità sulle quali ormai si deve far luce.
Come ha scritto Mauro Calamandrei: «Non è Facio che dobbiamo compiangere; compiangiamo invece i suoi fucilatori e soprattutto i loro mandanti, capaci di tanta scelleratezza»


Questi articoli sono stati pubblicati nel mese di ottobre 1990 sul mensile Lunigiana la Sera.
 

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