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IL CASO FACIO
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Storia di Facio
 
da Lunigiana la Sera, maggio 1991
 
Dante Castellucci detto '"Facio" calabrese di Sant'Agata d'Esaro in provincìa dì Cosenza, era figlio di un carbonaío emigrato ìn Franca. Rientrò in ltalia con la famiglia nel 1939 dopo essersi diplomato in vìolino all'accademia delle Arti di Parigi.
Arruolato come artigliere e inviato sul fronte francese, venne degradato dopo essersi rifiutato di sparare contro i suoi fratelli e successivamente mandato sul fronte russo.
Qui rimase ferito e, tornato al suo paese in Calabria per trascorrere un periodo di convalescenza, conobbe Otello Sarzi, comunista e confinato politìco, erede di una farriglia di teatranti di strada e oggi artista celebre in tutto il mondo.
Questa amicizia fu fondamentale nelle sue scelte politiche e di vita. Dante Castellucci dìsertò e fu accolto nella famiglia Sarzi a Fabbrico di Reggio Emilia. Qui Facio mise a frutto la sua arte dì violinista, lavorando sotto falso nome nel teatro viaggìante, e partecipò all'attività cospirativa dei Sarzí, che riproducevano e diffondevano "l'Unità" clandestina.
Fu in questo periodo che Facío lavorò a stretto contatto con Giorgio Amendola: il punto d'incontro con il dirigente comunista era fissato nella casa della famiglia Cervi a Campo Rosso di Campegine.
Dopo l'Otto settembre Facio, i fratelli Cervi, Otello Sarzi e alcuni ex prigionieri di guerra costituirono la prìma banda armata della zona.
Arrestato insieme ai fratelli Cervì, dopo essere riuscito a fuggire e avere tentato purtroppo vanamente di liberare i suoi eroici compagni, fu inviato dal PCI parmense al distaccamento "Guido Picelli", accampato sopra Borgotaro e comandato da Fermo Ognibene, detto "Alberto".
Dopo un furioso attacco dei nazifascisti, nel marzo 1944 "Facio" riuscì a portare in salvo il suo gruppo e a ricongiungerlo ai resti della "Piccelli" a Succisa dì Pontremoli.
Lì, nelle foreste dell'Alta Lunigiana, Dante Castellucci riorganizzò il battaglione, diventandone il comandante dopo la morte di Fermo Ognibene, avvenuta in combattimento.
MiIle gesta alimentarono un alone di leggenda intorno al comandante Facio; ma il valore dell'intellettuale, dell'umanista, del comandante militare non riuscirono ad avere la meglìo sul tradimento covato e ordito all'interno della sua formazione.
Nell'estate del 1944, su iniziativa di Antonio "Salvatore" Cabrelli, commissario politico del distaccamento Gramsci, Facio venne arrestato con l'inganno e trascinato davanti a un tribunale di guerra partigiano.
L'accusa è risibile, e soprattutto falsa (essersi appropriato di un lancio destinato ad altra formazione). Ma cabrelli chiede ed ottiene dal "tribunale", non senza contrasti, la condanna a morte per fucilazione.
Quella "corte" era formata, oltre che da Cabrelli in veste di accusatore, da Nello e Luciano Scotti, Primo Battistini "Tullio", "Vittorio" capo di Stato Maggiore della quarta zona operativa Renato Iacopini "Marcello", che al termine del conflitto diventò Questore della Liberazione alla Spezía.
Facío. affrontò il plotone di esecuzione con il coraggio di sempre; cadde all'età di 24 anni Adelano di Zeri il 22 luglio1944.
La sua morte suscitò sgomento e rabbia in tutte le formazìoni della quarta zona; gli uomini a lui fedeli non lo hanno mai dimenticato.
Ma ancora oggi la memoria di Facio attende un gesto di giustizia e di riparazione, adeguato al valore dell'uomo e all'infamità da lui subita.
 
 
                             
  ILCASO FACIO/PER APPROFONDIRE .....  
               
                             
 

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Il finto processo e le verità nascoste

 

Parla Laura Seghettini

 

Uccidete Facio: il PCI di Reggio Emilia

  Così Cabrelli diventò fascista   Parla Otello Sarzi   Un giallo politico  
                             
 
 
 
 
 
 
 
il caso facio Lunigiana la Sera
 
LUNIGIANA la SERA, Ottobre 1990
 
Facio Dante Castellucci
 
Sopra: il Comandante Facio in un disegno di Enrico Albertosi
 
FACIO, CHI ERA

Dante Costellucci, detto Facio, è stato uno dei capi più coraggiosi della guerra partigiana.
Fu fucilato nel 1944 col pretesto del furto di un lancio. Dietro quel finto processo ombre e verità sulle quali ormai si deve far luce.
Come ha scritto Mauro Calamandrei: «Non è Facio che dobbiamo compiangere; compiangiamo invece i suoi fucilatori e soprattutto i loro mandanti, capaci di tanta scelleratezza»


Questi articoli sono stati pubblicati nel mese di ottobre 1990 sul mensile Lunigiana la Sera.
 

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